domenica 5 marzo 2017

Magari domani resto - Lorenzo Marone ci propone un romanzo combattivo

Luce, una trentenne napoletana, vive nei quartieri spagnoli ed è una giovane onesta, combattiva, abituata a prendere a schiaffi la vita. Avvocato, sempre in jeans, anfibi e capelli corti alla maschiaccio. Il padre ha abbandonato lei, la madre e un fratello, che poi ha deciso a sua volta di andarsene di casa e vivere al Nord. Così Luce è rimasta bloccata nella sua realtà abitata da una madre bigotta e infelice, da un amore per un bastardo Peter Pan e da un capo viscido e ambiguo, un avvocato cascamorto con il pelo sullo stomaco. Come conforto, le passeggiate sul lungomare con Alleria, il suo cane superiore, unico vero confidente, e le chiacchiere con il suo anziano vicino don Vittorio, un musicista filosofo in sedia a rotelle. Un giorno a Luce viene assegnata una causa per l'affidamento di un minore, e qualcosa inizia a cambiare. All'improvviso, nella sua vita entrano un bambino saggio e molto speciale, un artista di strada giramondo e una rondine che non ha nessuna intenzione di migrare. La causa di affidamento nasconde molte ombre, ma forse è l'occasione per sciogliere nodi del passato e mettere un po' d'ordine nella capatosta di Luce. Risolvendo un dubbio: andarsene, come hanno fatto il padre, il fratello e chiunque abbia seguito il vento che gli diceva di fuggire, o magari restare?
Torna su questo blog Lorenzo Marone, che è in libreria con un romanzo davvero combattivo “Magari domani resto”.
Una sola domanda, dopo aver letto il suo libro: come si mette ordine alla propria esistenza: secondo Luce e secondo Lorenzo Marone?
“Si prende la vita di petto e si fanno scelte coraggiose, decisione che incutono timore. Se proviamo paura, allora vuol dire che siamo sulla strada giusta. E questo lo diciamo sia io sia Luce, che la pensiamo allo stesso modo”.
Rossano Scaccini
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sabato 4 marzo 2017

Ragione e sentimento di Stefania Bertola un romanzo che sarà sempre attuale

“Il mio lavoro è scrivere”.
Dopo essermi presentato e formulato alcune domande in sequenza, Stefania Bertola, che è in libreria con “Ragione e Sentimento”, inizia a rispondermi, e m’incuriosisce molto la sua esposizione.  
Vive in provincia di Torino, e oltre ai suoi romanzi, scrive per la radio e per la televisione, ma soprattutto é una traduttrice. Poi, finalmente è arrivata prepotentemente alla ribalta con i suoi lavori. Traduce romanzi americani e inglesi. Nella sua vita ci sono molti gatti, tante piante ed è una tifosa di quelle “toste” della Juventus.
E cos’altro piace a Stefania Bertola?
“Tutte le sfumature del blu, guardare Sky, partite film e canale 138, ma nei giorni di Natale ero molto felice quando c’era un canale  tutto dedicato ai vecchi cartoon delle Disney”.
E adesso cosa cattura la sua attenzione?
“Sono devota al regista canadese  Xavier Dolan”.
Tornando a “Ragione e sentimento”, il libro parte dalla morte improvvisa di Gianandrea Cerrato, importante avvocato penalista, oltre a privare una moglie del marito e tre figlie del padre, ha delle conseguenze del tutto inaspettate. Da un giorno all'altro le quattro donne si trovano a dover riorganizzare la loro vita. Ed è Eleonora, la figlia maggiore, a cercare il modo di mandare avanti quella famiglia di femmine «variamente deragliate». Mentre la piccola Margherita vive in una dimensione parallela, Eleonora e Marianna sono divise da una visione opposta dell'esistenza e dell'amore: Marianna legge Shakespeare e crede nell'amore assoluto, Eleonora invece, impegnata com'è a sbarcare il lunario e ad arginare la follia collettiva, non è affatto sicura di sapere cosa sia, veramente, l'amore. Intorno a loro si muove il mondo, con le sorprese, l'allegria, l'inganno. La ragione e il sentimento. Perché quella è una delle grandi battaglie che ci tocca combattere nella vita. Non proprio a tutti, perché esistono esseri fortunati senza ragione, o senza sentimento. Ma la maggior parte di noi ne ha un po' dell'una e un po' dell'altro, e non sempre riesce a farli coesistere pacificamente. Quindi si lotta: si lotta da sempre e si lotterà per sempre, e per questo motivo tra tutti i romanzi di Jane Austen Ragione e sentimento è quello piú adatto a essere periodicamente riscritto, scagliandolo dentro il tempo e i secoli che passano.
Leggendo questo romanzo, lo collocherei fra quelli che si possono anche riprendere di nuovo fra 20  anni e sarà sempre attuale ripercorrerlo?
Sono d’accordo con lei, graize per il complimento, e spero che sia vero! D’altra parte, la storia è stata inventata 200 anni fa, e come vede è ancora attualissima”.
Sempre prendendo in prestito il suo ultimo lavoro, ma quanto si sbaglia ogni giorno nell’affrontare la vita?
“Non lo so. Tanto, a quanto pare, anche se ci sarà chi non sbaglia, o sbaglia poco.  Però mi sembra bello che ci scambiamo gli errori, che ci incoraggiamo tra noi umani, scrivendo libri, facendo film, leggendo libri, ascoltando canzoni, mettendo in comune attraverso l’arte, la musica, il teatro o anche solo due chiacchiere in coda alla posta, i nostri errori, e magari aiutando altri a evitarli, o a farli in forma più leggera. Io imparo da tutti, e se aiuto qualcuno ad affrontare diversamente certi momenti difficili evitando di trasformarli in tragedie, perché tragedie non sono, bene, allora ho fatto il mio lavoro”.
Rossano Scaccini

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domenica 19 febbraio 2017

Con "Parlami" Matteo Rampin ci aiuta a mettere in pratica come ascoltare

“Molti parlano, pochi lasciano parlare, quasi nessuno ascolta. Eppure, quando ci accade di essere ascoltati per davvero, viviamo un’esperienza che può segnarci in profondità e innescare cambiamenti reali e duraturi nella nostra vita. Un ascolto vero è fatto di silenzio, musicalità, attesa, rapidità, autocontrollo, intuito, curiosità, audacia, prudenza, forza, docilità, raziocinio, familiarità con l’assurdo e di molti altri ingredienti contrastanti”.
Questo è uno dei passaggi che mi ha più incuriosito di “Parlami”, il libro, di Matteo Rampin, che sta avendo un notevole successo di vendite in libreria.
Psichiatra, psicoterapeuta e formatore, Matteo Rampin da vent’anni studia e applica tecniche di derivazione ipnotica per conseguire l’eccellenza nelle prestazioni sportive, artistiche e professionali. È consulente personale di atleti, manager e artisti di livello internazionale, e ha lavorato per decine di aziende private ed enti pubblici negli ambiti del cambiamento, dell’innovazione e delle procedure non convenzionali
di soluzione dei problemi. Su questi argomenti ha scritto una trentina di libri pubblicati in Italia e all’estero.
Perché ha sentito l’esigenza di far conoscere le difficoltà del comunicare?
 “Ho scritto "Parlami" pensando a quanti, per ragioni professionali, hanno a che fare con persone che attraversano difficoltà di vario ordine. Oggi il tema della comunicazione è trattato ovunque, ma non sempre si dà la dovuta attenzione alla fase dell'ascolto, senza la quale non c'è comunicazione autentica”.
Lei afferma che una gran parte delle persone, parlano, ma pochi lasciano parlare, quasi nessuno ascolta. Come siamo arrivati a questo punto?
“Molti ascoltano solo se stessi: per questo, anche quando credono di ascoltare, in realtà non lo fanno. Altri ascoltano l'interlocutore solo fintantoché parla di loro. In generale, ascoltare seriamente è faticoso, e pochi accettano la fatica come un ingrediente normale della vita".
Ascoltare, non va più di moda?
 “Direi che molti vogliono essere ascoltati, senza rendersi conto che per essere ascoltati ci deve essere qualcuno che ascolta. È una variazione sul tema "individualismo": esisto solo io, tu esisti solo in funzione dei miei interessi. Per ascoltare occorre tenere a bada l'ego, cosa alla quale non si viene più educati e formati con la dedizione che era propria altri periodi storici".
Rossano Scaccini
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mercoledì 8 febbraio 2017

L'uomo di casa raccontato da Romano De Marco è un thriller avvincente

Al suo settimo romanzo, da poco arrivato in libreria, Romano De Marco sbarca con “L’uomo di casa" in America.
Sandra Morrison è una donna realizzata. Vive serena il suo ruolo di moglie e di madre, abita in un esclusivo quartiere residenziale, alle porte di Washington DC, ha un lavoro importante che le permette di occuparsi degli altri. La sua vita scorre su binari che sembrano puntare dritti verso una felicità solida e duratura. Fino al giorno in cui Alan Sandford, suo marito, viene ritrovato morto in uno squallido parcheggio. È seduto nella sua auto, con la gola tagliata e i pantaloni calati fino al ginocchio. La polizia non ha dubbi: un classico caso di omicidio a scopo di rapina, forse perpetrato da una prostituta tossica in crisi di astinenza. Per Sandra, è l’inizio di un incubo. E la situazione peggiora quando scopre che, a sua insaputa, Alan stava indagando su un caso di cronaca nera, rimasto insoluto tre decenni prima: il rapimento e l’uccisione di sette bambini a Richhmond, Virginia. Chi era la persona con cui ha vissuto per vent’anni? Un perfetto uomo di casa, marito felice e padre amorevole? O uno sconosciuto doppiogiochista, un frequentatore di prostitute ossessionato dall’enigma della Lilith di Richmond? Cosa lo legava a quella vecchia storia di omicidi? E perché le aveva tenuto nascosto quel suo morboso interesse? Sandra proverà a dare una risposta a questa e a molte altre domande, con l’aiuto delle sue amiche e del suo avvocato. Ma soprattutto del suo nuovo vicino, John Kelly, un giovane scrittore dal quale si sente irresistibilmente attratta. Scoprirà, suo malgrado, che nel quartiere di Bobbyber Drive, troppe cose sono diverse da come appaiono a prima vista. E, soprattutto, che il filo di sangue che lega l’omicidio di suo marito a quelli di tanti anni fa, non si è ancora spezzato. C’è ancora un assassino in giro, e la prossima vittima potrebbe essere proprio lei.
Romano De Marco, 51 anni, responsabile della sicurezza di un grande gruppo bancario, divorziato, padre di Lorenzo sedici anni e Sara dodici, appassionato di lettura, cinema, serie TV, fumetti e tante altre cose.
Lei perché scrive?
“Per passione e per essere letto dal maggior numero di persone possibile, perché questo è il vero scopo di tutti noi che scriviamo: essere amati e apprezzati dai nostri lettori”.
Come si passa dal pensare alla sicurezza di una banca al raccontare storie perfette di cronaca nera?
“In realtà non mi ispiro mai ad eventi realmente accaduti, anche se spesso mi è capitato che la cronaca nera riportasse la notizia di crimini molto simili a quelli che avevo immaginato nei miei romanzi. È accaduto anche con “L’uomo di casa”. Il rapimento e uccisione dei neonati rinvenuti nella villetta di Richmond in Virginia, evento che apre il romanzo, mi pareva il crimine più odioso e terribile che potessi inventare. Purtroppo nell’autunno del 2015, quando la prima bozza del manoscritto era già completata, in Baviera, nel sud della Germania, accadde qualcosa di molto simile. Ho dovuto constatare, ancora una volta, che quando si tratta di crimini ed efferatezze, la realtà umana riesce sempre a superare la fantasia. Riguardo al mio lavoro di esperto della sicurezza, mi ha aiutato più volte nello scrivere. Soprattutto nei miei romanzi ambientati a Milano, dove spesso descrivo rapine e collusione fra la malavita e il mondo dell’alta finanza”.
Ingannare: come si riconosce una persona che è solita farlo?
“Magari lo sapessi! Potrei brevettare un metodo per la difesa dai bugiardi e diventerei miliardario! Purtroppo, oggi, con la rilevanza che i social e la comunicazione globale hanno assunto nella nostra vita di tutti i giorni, è abbastanza usuale che ciascuno di noi porti avanti tre vite. Una pubblica, una privata e una segreta”.
Perché “L’uomo di casa” l’ha ambientato in America?
“Volevo decisamente creare discontinuità con i miei precedenti sei romanzi tutti ambientati in Italia. E poi volevo raccontare una America che conosco molto bene, che frequento ogni anno e che mi affascina moltissimo. In più, essendo questo il mio primo thriller “puro”, l’ambientazione americana era d’obbligo, essendo tutti americani i miei punti di riferimento del genere. Sto parlando di John Sandford, Robert Crais, Michael Connelly, Patricia Cornwell, Thomas Harris e molti altri”.
Rossano Scaccini
Foto gentilmente concesse da Romano De Marco
©Riproduzione riservata

sabato 4 febbraio 2017

Torto marcio - Alessandro Robecchi ha ragione di sicuro


A chi mi conosce, non sto per rivelare niente di nuovo. Sono un fedelissimo telespettatore di Maurizio Crozza. Non mi perdo nessuna sua apparizione televisiva e neanche le sue performance teatrali.
La bravura del comico ligure, è anche merito di un grande autore, Alessandro Robecchi, che oltre è tante attività lavorative di  successo è arrivato in libreria con “Torto marcio”.  
Milano, quasi centro, eppure periferia, «più di seimila appartamenti, famiglie, inquilini legali barricati in casa, abusivi, occupanti regolari, occupanti selvaggi», vecchi poveri, giovani poveri, italiani poveri, immigrati poveri, criminali poveri. Uno di quei posti incredibili, eppure reali, ormai senza rappresentanza politica, dove i piccoli stratagemmi di un welfare fai-da-te sono questione di sopravvivenza. Posti di cui l’informazione parla solo quando si tratta di sicurezza, o razzismo.
A pochi chilometri da lì, in una via socialmente distante anni luce, un sessantenne imprenditore molto ricco e dalla vita irreprensibile viene freddato con due colpi di pistola. Una vecchia pistola. E sul corpo, un sasso. Ma «il morto non era uno che di solito muore così». E non sarà l’unica vittima.
Per fronteggiare «il ritorno del terrorismo», il ministero manda un drappello di esperti burocrati. Ma la vera squadra d’indagine è clandestina, creata per lavorare sotto traccia e lontano dal clamore mediatico: sono Ghezzi e Carella due poliziotti diversissimi tra di loro, ma entrambi fedeli più alla verità che all’immagine o alle convenienze. E non sono i soli a indagare su un caso in cui, dall’affascinante vedova agli intrecci d’affari, dalla legge alla giustizia, nulla è ciò che sembra. Carlo Monterossi, l’autore di un affermato programma tivù spazzatura, inciampa per avventura nel «caso dei sassi» mentre si trova a dover recuperare, insieme all’amico detective Oscar Falcone, un preziosissimo anello rubato.
Tre storie destinate a incontrarsi in un intreccio dall’ordito perfetto, che resta fino alla fine coperto dal mistero. Questo nuovo giallo di Alessandro Robecchi costruisce la plastica realtà dei personaggi attraverso il fitto incrociarsi dei dialoghi, e fonda il suo umorismo amaro sulla sistemazione scenica oltre che sulla battuta. Mentre la storia – nera, drammatica – si addentra in tutti i contrasti di Milano, dal luccicante studio televisivo, all’appartamento superlusso, giù fino ai luoghi del disagio e dell’emarginazione quotidiana.
E si capisce che il suo scopo è proprio questo: far riflettere sulla nostra società attraverso il poliziesco. Sulla finta – forse impossibile – giustizia, sui colpevoli e gli innocenti, sul buco nero che può inghiottire libertà e dignità.
Alessandro Robecchi come si presenterebbe ai lettori di questoblog?
“Direi che il mio mestiere è scrivere. Faccio il giornalista da molti anni (quest’anno sono 35, pazzesco, ho lavorato per molti giornali, da giovano come critico musicale, poi scrivendo a lungo di politica e società. Ho lavorato per la radio e per la televisione (anche oggi sono autore). Prima di passare alla narrativa ho scritto qualche libro, poi, nel 2014, con Sellerio, ho cominciato la serie dei noir di Carlo Monterossi. Questo sarebbe una specie di curriculum, diciamo. In realtà ora mi interessa più di tutto l’attività letteraria, ma ritengo sempre che scrivere sia un mestiere che si impara e si affina, e tendo a non fare distinzioni tra quello che si scrive. Ogni opera ha una sua specificità, ovviamente, se si scrive per un romanzo o per la tivù le cose sono diversissime, ma resta il legame con la parola scritta, che io considero preziosissimo.
 Ma lei come pensa che sarà la televisione generalista del futuro, anche quello più immediato?
“Dovrà andare incontro ai desideri di pubblici molto diversi e continuerà a vivere (a cercare di vivere) di grandi numeri… Naturalmente può avere un suo carattere, una sua specificità stilistica, ma non può permettersi il lusso di essere settoriale, per cui non credo subirà grandi modificazioni a breve”.
Carlo Monterossi, il personaggio principale del romanzo, quanto le assomiglia?
“Pochissimo, nel senso che non c’è nulla di autobiografico. L’aver scelto come protagonista un autore televisivo rispondeva a due esigenze. La prima: scrivere un noir il cui protagonista fosse in qualche modo una persona normale, cioè non un inquirente, un comissario, un carabiniere. L’idea di mettere una persona ordinaria (anche se il Monterossi non è proprio ordinario…), di fronte a fatti gravi, delitti, omicidi, mi sembrava una sfida in più. Poi, specie nel primo libro (ma molto anche in quest’ultimo) la televisione, il suo cinismo, alcuni personaggi che le girano intorno, beh, sono un argomento che conosco e che trobvo poco raccontato in generale… Come ogni personaggio di una serie, poi, Monterossi cambia e si modifica, ma il carattere e la personalità sono piuttosto ben delineati… no, direi che mi somiglia poco, proprio poco, anche se ovviamente sono convinto che qualcosa di nostro c’è sempre, qualunque cosa scriviamo”.
Rossano Scaccini
Foto gentilmente concesse da Alessandro Robecchi

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venerdì 13 gennaio 2017

LOVE & THE CITY - UN ROMANZO INTENSO DI LIDIA DI SIMONE

Castiglione della Pescaia è stata la meta di un bellissimo giro in Toscana, mi ricorda molto le mie origini abruzzesi, il mio bellissimo paese – Penne - simile a tanti borghi toscani. Sarebbe bello ambientarci una storia, magari un giallo.
Inizio dai saluti. Dopo che le ho rivelato dove abitavo, Lidia Di Simone, giornalista, che lavora per il magazine Focus Storia, e prima di approdare nella grande famiglia dei mensili di Focus ha fatto la reporter agli spettacoli e in cronaca, ha scritto di attualità, musica, cinema, costume, ma anche di economia sindacale, ha lavorato in tv come autrice, mi saluta con quel comento sul mio paesello. Rientro nei ranghi, e vi parlo di Love & the city.
Amanda, detta Maddie, non ha ancora trent’anni e un corpo da atleta. Lo era davvero, fino a pochi anni fa, quando un SUV l'ha investita, una sera, mentre si allenava, mettendo fine alla sua carriera. Maddie era l’astro nascente delle Olimpiadi di Londra, dove secondo tutti i pronostici sarebbe arrivata sul podio più alto: purtroppo, invece di correre gli 800 come una gazzella, ha dovuto prendere in mano la sua vita e giocare una nuova mano con le carte che il destino le ha riservato. Si è laureata in architettura e adesso sta per iniziare una nuova carriera – anche se per ora solo come stagista – in un prestigioso studio londinese (che somiglia molto a quello di Norman Foster, affacciato sul Tamigi).
Qui Maddie incontra due persone che cambieranno il suo destino: la cinese Eli Ching, che commissiona  agli architetti inglesi un nuovo quartiere da costruire a Shanghai, e il superboss dello studio, archistar acclamata, scozzese burbero almeno quanto affascinante: il suo nome è Alistair Wolf, Mr Wolf… Maddie ancora non sa quante sorprese le riserva la sorte, quali emozioni possano palpitare dietro le pareti di cristallo dello studio Wolf, quanto il lavoro e i sentimenti somiglino alla corsa: devi allenarti, e crederci davvero, per arrivare alla meta. Dalla timidezza nascosta sotto i suoi jeans da brava ragazza a un tailleur di Gucci mozzafiato, dall’incredibile incontro al buio al 68° piano di un grattacielo in costruzione, alla Cina, Maddie entra in un turbine di emozioni difficili da controllare. Solo allontanarsi può chiarirle le idee. E sarà a Milano che Maddie approda, nella città dove fervono i lavori per l’imminente Expo 2015, alla ricerca delle proprie radici italiane e di un nuovo equilibrio. Ma con Mr Wolf è sempre come stare su una trave sospesa nel vuoto, e senza nemmeno il casco da cantiere.
Le emozioni fortissime di un’attrazione pericolosa si uniscono alla fiaba di una ragazza coraggiosa, che non si arrende anche quando tutto sembra perduto. Al suo esordio narrativo, Lidia Di Simone ci regala una commedia romantica e freschissima, come la sua protagonista, anticonformista e piena di energia, tra lo skyline di Londra e quello, ogni giorno nuovo, della Milano dell’Expo, con i suoi scandali e i suoi sogni.

Che cosa ha di particolare per Lidia Di Simone il mondo degli architetti?
“Quando ho immaginato uno scenario per quella che doveva essere una complicata e difficile storia d’amore, ho preso in esame tante ambientazioni. Dovevo attribuire ai miei protagonisti un lavoro e ho pensato a qualcosa che mi sarebbe piaciuto fare. Nutro una vera passione per l’architettura, e non parlo solo di grattacieli, ma dei grandi geni, da Michelangelo a Renzo Piano, che con il loro talento hanno cambiato il volto alle città. Mi sembrava anche un ambito poco esplorato nei libri. E in effetti nei romanzi rosa e non solo ci sono eroine di ogni tipo, giornaliste, anatomopatologhe, commesse, botaniche, ma di architette credo che ci sia solo Amanda Grant”.
L’Expo come location è un’aggiunta al romanzo, o per lei voleva significare qualcosa di preciso?
“In verità è stata una richiesta precisa dell’editore: volevano calare il romanzo in quello che sarebbe stato l’evento dell’anno. E in effetti lo è stato, l’Expo ha avuto un grande successo e ha rilanciato Milano come meta del grande turismo internazionale. Solo che io il libro l’ho scritto prima e ho dovuto immaginare un po’ di cose. Ci è voluta fantasia e anche un pizzico di incoscienza per mettere nero su bianco qualcosa su cui nessuno avrebbe mai scommesso un soldo. Ma alla fine mi fa un enorme piacere poter dire di aver scritto l’unico romanzo italiano ambientato nell’anno dell’Expo!”.
Il coraggio della protagonista, sono casi rari, se si guarda alla vita di tutti i giorni. Lei ha una sua ricetta perché ciò avvenga?
“Io penso che il coraggio vero sia affrontare quello che la vita ti propone a viso aperto. Non sempre le carte che ti riserva il destino sono quelle buone, come ben sa Maddie, la mia eroina, che da futura stella dello sport si ritrova ko dopo un incidente. Mi piacciono i personaggi nella tormenta, strattonati dalla sorte, maltrattati dalle circostanze perché sono quelli che offrono a uno scrittore la possibilità di imbastire una storia avvincente, ricca di pathos e di colpi di scena. E poi, forse la vita non è così? Ci piacerebbe che fosse serena e tranquilla, piena di successi e di grandi traguardi, ma alla fine è una lotta. E Maddie è una lottatrice, che forse all’inizio non sa nemmeno di avere tante risorse dentro di sé, eppure prende in mano la sua esistenza, il suo talento, la sua forza interiore e se la gioca meglio che può. Sto scrivendo un nuovo romanzo che parla di una donna altrettanto coraggiosa, molto diverso dalla Maddie di Love & the city, ma con un elemento in comune: anche lei si ritrova all’inizio della storia con un bruttissimo giro di carte in mano, una sorpresa amarissima. La domanda è: riuscirà a risollevarsi? Lo scopriremo non appena avrò ben chiaro il finale”.
Quanto di Maddie è in lei? Pregi e difetti.
“Quando scrivo non parto mai da elementi autobiografici, ma certo immagino che qualcosa dello scrittore finisca sempre nel carattere dei suoi personaggi. Flaubert diceva “Madame Bovary c’est moi!”, e anche se probabilmente non ha mai pronunciato davvero questa frase, non è improbabile che nel suo personaggio più famoso avesse riversato qualcosa di se stesso. Comunque, avrei voluto essere un’atleta come Maddie, ma di certo abbiamo in comune la passione per i grattacieli (a questo proposito condivido con voi la mia foto sullo Shard, il grattacielo di Londra progettato da Renzo Piano, dove si svolge una scena del libro). Quanto ai difetti, a Maddie all’inizio manca un po’ di autostima. In questo ci somigliamo purtroppo: anch’io non so mai se quello che scrivo funziona e mi tormento un milione di volte prima di crederci veramente”.
Rossano Scaccini
Foto gentilmente concesse da Lidia Di Simone

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venerdì 6 gennaio 2017

Con "Viva più che mai" Andrea Vitali ha mandato in libreria un romanzo davvero appassionante

Andrea Vitali, uno scrittore che appena esce in libreria vado immediatamente ad acquistare la sua ultima fatica. Abbiamo raggiunto un accordo, lo intervisto a libri alterni. Con “Viva più che mai” sono tornato a scambiare qualche opinione con il medico di Bellano, e l’intervista è venuta fuori immediatamente.
Una notte di quelle che non va per il verso giusto, un contrabbandiere molto improvvisato e qualche scomoda verità di troppo.  Se non lui, chi? Si chiese il Dubbio. A chi altri poteva andare a raccontare quello che era successo? Quello che aveva visto? Lui solo. Ma dormiva. La finestra di casa sua era buia. Per forza, così a occhio saranno state le tre, tre e mezza. Tuttavia il Dubbio sentì che non poteva fare altrimenti. Scrutò per bene la fila dei campanelli. Poi, presa la mira, calcò l’indice destro sul bottone e udì in sottofondo il dlin dlon del citofono che avrebbe svegliato il dottor Lonati. Dubbio è il soprannome che hanno dato a Ernesto Livera, e si addice bene alla sua indole un po’ tentennante. Di solito, infatti, l’Ernesto si lascia prendere dall’indecisione. Una certezza, però, l’ha molto chiara: dai carabinieri è meglio stare alla larga. Perché di «mestiere» fa il contrabbandiere. Avrebbe fatto altro nella vita, ma tant’è, ora campa traghettando stecche di sigarette dalla Svizzera, magari di notte, con una barchetta a motore, bep-bep-bep. E proprio stanotte, con la prua della barchetta, ha urtato il cadavere di una donna. L’ha tirato a riva, poi è andato a chiamare un suo cliente fidato, il medico di Bellano, il dottor Lonati, perché, appunto, lui dai carabinieri preferisce non presentarsi. Ma il mattino dopo, alla riva, il cadavere non si trova più. Eppure Ernesto l’ha visto bene, anche se adesso gli sorge il… dubbio di esserselo sognato. E il dottor Lonati lo sa che Ernesto soffre di questo tipo di allucinazioni fin da quando era un ragazzino. Forse dovrebbe cercarsi un lavoro più regolare. E magari una fidanzata. Il lago però non mente; nasco
nde segreti inconfessabili, e quando decide che è il momento di rivelarli, non ci sono dubbi che tengano. Viva più che mai racconta una storia sorprendente e misteriosa. Tra momenti assurdi di paese, coincidenze e colpi di scena, Andrea Vitali scioglie una matassa che ingarbuglia il presente con il passato, la riva di qui con quella di là del lago di Como, fino a chiarire la verità dei fatti.
Il Dubbio, personaggio davvero completo per le sue assurdità, lei come lo definirebbe?
“Il classico bambino che non cresce mai, o che forse non vuole crescere e abbandonare il fascinoso mondo dell'infanzia con le sue scoperte e le sue illusioni”.
E se vivesse nel 2017 che uomo sarebbe?
“Potrebbe anche vestire i miei stessi panni e sarebbe un sopravvissuto a un " mondo piccolo " che riassumeva in sé quello grande”.
Nel dottor Lonati invece quanto c’è di Andrea Vitali?
“Poco per quanto riguarda l'esperienza pratica e reale, qualcosa invece per quanto concerne l'approccio umanistico all'altro e il tentativo di comprendere e anche giustificare”.
Trovo questo romanzo davvero appagante, non crede di aver dato una svolta al suo modo di scrivere?
“Non lo so, non penso mai criticamente, piuttosto mi lascio coinvolgere dalla storia, dai personaggi che via via nascono e prendono piede e dagli sviluppi che quotidianamente si offrono. Certo Viva più che mai è stato un lavoro impegnativo ma non mi sento di affermare che possa essere un punto di non ritorno”.
A Bellano, nel suo paese delle ex 18 osterie di un tempo, cosa accade di bello o di brutto?
“Di bello accade che una nuova amministrazione giovane e di belle speranze crede nella possibilità di rianimare un paese che nel corso degli anni, per colpe che non possono essere attribuite solo agli uomini, ha imboccato una brutta strada, quella della morte lenta”.
Quanti “mangiavino” ci sono in circolazione?
“Sempre meno consensualmente alla sparizione delle osterie e al proliferare degli aperitivi vari la cui filosofia è in netto contrasto con quella dei mangiavino di tradizione”.
Ma nei paesi limitrofi di Bellano lei quanto viene corteggiato per inserire personaggi e luoghi nei suoi racconti?
“Poco, forse perché ciascuno è geloso delle proprie storie e attende chi le racconti. Ciò che lei immagina, mi accade più frequentemente oltre confine, lontano da qui, e a volte ne approfitto”.
Gli attenti  lettori di Andra Vitali, come me hanno capito a cosa si riferisce.
Rossano Scaccini
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